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Umbra Noctis “il primo volo” – recensioni

Wednesday, January 18th, 2012

recensione tratta da blackterrormetal.com

Ritorno sule scene per questa attivissima e ormai esperta band bresciana, che con “Il Primo Volo” giunge al primo full length, in formato Cd-r professionale (trattasi invece di un cd audio – nota di Novecento Produzioni) . Apprezzabile l’iniziativa della band che pubblica, nel libretto interno, i testi, sia in italiano che la traduzione inglese. Come è encomiabile lo sforzo di Filippo Magri  che si occupa dei testi, sempre molto curati, estremamente intimi e soprattutto mai scontati o banali. “Il primo Volo” ci presenta una band ormai matura, che sa quello che vuole, dallo stile definito. Il loro black metal è selvaggio, misantropico; un rabbioso sfogo contro la natura dell’uomo stesso. Ma è anche un profondo viaggio interiore, un concept album, che passa attraverso l’uomo, la terra, la sua fragilità e la debolezza dei suoi idoli. Se dal punto di vista concettuale è un disco forte, dal punto di vista musicale è qualcosa di più comune. Si tratta infatti di un black metal solido e grezzo, che riporta alla mente altre realtà italiane.C’è una componente depressiva, ma si tratta di una musica impostata su un riffing di chitarra grezzo e solido, che investe continuamente l’ascoltatore, come è di tradizione in ambito black metal classico; non c’è una particolare voglia di originalità.Se consideriamo che si tratta del disco di debutto, seppur arrivato dopo diversi anni di gavetta, non possiamo che dare un parere generale positivo, anche se è lecito aspettarsi qualcosa di più personale e originale nell’immediato futuro.

Recensione a cura di {Mirror}
recensione tratta da metalitalia.com
Avevamo ‘scoperto’ la band lombarda degli Umbra Noctis nel 2006, all’epoca del loro demo di debutto “Luce Oltre Il Confine”. Ai tempi, la band, com’è naturale che sia, stava ancora cercando un proprio stile ben definito, stile che in questi sei anni e dopo un paio di produzioni si è ben cristallizzato su questo debutto su lunga distanza intitolato “Il Primo Volo”. Ora troviamo un gruppo black metal piuttosto compatto che del proprio passato mantiene soltanto alcuni connotati di grezzo death metal, ormai ben assorbiti in un black metal primordiale e acerbo, ma convincente. Se all’epoca del primo demo si poteva persino prospettare un’evoluzione verso un sound più viking (in stile primi Enslaved), il full length non lascia dubbi: gli Umbra Noctis hanno abbracciato in toto le tenebre e ne sono invischiati completamente, tanto da esserne diventati dei fedeli dignitari. C’è un’ombra inquietante che s’aggira nella notte, il sound del quartetto italiano gela i sentimenti positivi ed infonde un profondo senso di inquietudine. L’ombra è portatrice di sentimenti vuoti, di dubbi, di echi di guerre passate, è un’entità impalpabile ed indefinibile, eppure così forte nel turbare l’ascoltatore. Il gruppo in alcuni frangenti dovrebbe sgrezzarsi ulteriormente e cercare di arricchire un po’ il proprio sound con soluzioni dinamiche, se non innovative. Molto buono il lavoro del bassista Davide Bottoli, capace di donare un cuore pulsante a quest’ombra fatti di suoni ed angosce. Per il futuro della band lascia ben sperare soprattutto il finale del CD, un finale in costante crescendo grazie a due ottimi brani quali “Umbra Noctis” e “L’Ultima Notte”. Chissà se questo volo porterà lontano la band lombarda, ma l’importante era spiccare il fatidico, primo passo; poi si vedrà…
Recensione a cura di Paolo “Kernunnos” Vidmar
Voto 6,5/10
recensione tratta da metalofdeath webzine
E’ proprio vero quando si dice che la vita riserva molte sorprese. Nel mio caso non ho mai amato molto l’ambiente musicale italiano nella sua globalità, ma guarda caso, in questi ultimi periodi mi è capitato molto spesso di dover recensire produzioni nostrane e, devo ammetterlo, almeno per quanto riguarda il genere Black e affini, ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. “Il primo volo” degli Umbra Noctis ne è un’ulteriore conferma.
Parliamo del primo vero e proprio full length di questa band lombarda, attiva dal 2004 e con all’attivo un mini CD, “Luce oltre il confine”, un EP, “Il richiamo del vento” e uno split in collaborazione con gli altri connazionali Gort.Mai titolo fù più azzeccato, perchè in effetti con questa release, la band spicca il primo vero volo verso l’infinito universo del Black metal, proponendoci circa cinquanta minuti di autentico Old School Style, inframmezzato da brevi inserti melodici, cori ecclesiastici sarcasticamente angelici e tragiche parti vocali in lingua italiana, il tutto infarcito da una buona dose di rabbia, disperazione e, più che odio, da un intelligente disprezzo.
Nessuna traccia di innovativa sperimentazione e pochissima contaminazione da parte di altri generi, nessuna pretesa di innovazione nell’ambito del genere, solo un tuffo nel passato quando il Black era Black e basta….forse la vera innovazione, oggi come oggi, è proprio questa. Un buon inizio per farsi conoscere da un vasto pubblico potrebbe partire proprio da questo album che, a mio parere, dà ampio spazio ad un’ulteriore e rapida evoluzione nello stile di esecuzione della band, i requisiti ci sono tutti.

Recensione a cura di: She-Devil
Voto: 75/100

recensione tratta da metal.it

“Il primo volo” è l’esordio discografico su lunga distanza per i lombardi Umbra Noctis dopo l’EP “Il richiamo del Vento” del 2009.
Siamo di fronte ad una proposta musicale che affonda le sue radici nella Norvegia dei primi anni ’90 e che fa, quindi, della notte e delle sue atmosfere una delle principali caratteristiche.
Il black metal dei nostri non è però privo di speranza come accade nella maggior parte degli esempi del genere, ma è una musica che lascia intravedere una “luce” alla fine del buio che la avvolge.
Le sfumature di nero, blu e bianco che dipingono l’artwork sono specchio anche del suono del disco: un suono cupo, notturno ma non disperato.
Sul piano prettamente musicale siamo vicini al primo Burzum, in particolare per il suono delle chitarre e per il ripetersi ossessivo di certe partiture, ma tra i brani dell’album è possibile cogliere rimandi alla scuola est europea del black metal come ai Katatonia degli esordi, molteplicità di influenze queste che rendono la musica degli Umbra Noctis personale e non scontata.
Alcune intuizioni melodiche, soprattutto negli arpeggi, e le improvvise e brutali accelerazioni rendono l’album affascinante e misterioso e gli conferiscono una poliedricità espressiva vasta e carica di forza. Immaginate di essere soli e di camminare lungo un vicolo poco illuminato in una notte serena e poco ventilata: scoprirete che le sensazioni veicolate da questo disco descrivono proprio un’atmosfera del genere. Certamente “Il primo volo” non è scevro da imperfezioni mostrando alcune ingenuità compositive che vengono amplificate dalla lunghezza notevole dei brani all’interno dei quali avrei preferito un cantato più vario, ma certamente siamo al cospetto di un prodotto interessante e ben confezionato. Sono certo che il gruppo abbia talento e spazio per migliorare la sua già interessante proposta in modo da ritagliarsi un posto importante all’interno della scena underground del metal estremo.

Recensione a cura di: Beppe “Dopecity” Caldarone
Voto: 7/10

recensione tratta da thepitofthedamned.com

Cresce si, continua a crescere costantemente ed inesorabilmente, bisogna solo avere un pizzico di fiducia per una scena che, nonostante stia incontrando difficoltà di ogni tipo, ha la forza e la voglia di farsi largo. Sto ovviamente parlando dell’underground italico, luogo fecondo dove pian piano, stanno cercando di ritagliarsi il loro spazio entità oscure, provenienti dal sempre più florido sottobosco nazionale e quest’oggi, vede finalmente la luce, il primo full lenght (dopo tre demo, un EP e uno split) dei bresciani/mantovani Umbra Noctis, che prendono finalmente il tanto agognato volo. Ovviamente il titolo dell’album del quartetto lombardo si presta facilmente a simili battute; ora li attendo in studio nel Pozzo dei Dannati, per saggiare e discutere di persona del loro black old school. La musica dell’act nostrano è infatti un apparentemente tirato esempio di black metal efferato e senza compromessi, che fin dall’iniziale “In Superficie” (aperto tuttavia da una melodica parte arpeggiata), mostra il lato selvaggio dell’ensemble lombardo, contraddistinto dalle classiche chitarre ringhianti di matrice nordica, accompagnate da uno screaming a dir poco spietato. Il sound tagliente espresso dagli Umbra Noctis, si trasmette anche nella successiva “Solo”, ma è la terza song, “Oltre la Steppa”, a colpirmi maggiormente: il brano si apre (e chiuderà) infatti, con una sorta di rito liturgico, che lascia ben presto spazio ad un suono dalla vena punkeggiante, in stile Impaled Nazarene, che nella sua interessante evoluzione, trova anche il modo di assumere un connotato epico, a la Primordial; sorprendente ed eletta nello stesso momento del primo ascolto, la mia traccia preferita del cd. L’album procede violentemente su questo binario di crudeltà, non proponendo nulla di innovativo, sia chiaro, se non alcuni accenti a livello degli strumenti: un enfasi del basso nella parte finale della spietata “L’Attesa”, una criptica parte acustica posta all’inizio di “Rovine”, che vede tra l’altro l’utilizzo di un accenno di clean vocals, nella sua parte centrale. La rabbia, l’odio e l’aggressività della band si traducono in un riffing caustico, che trova inevitabilmente la sua fonte di ispirazione nei mostri sacri nordici, norvegesi, svedesi o finlandesi che siano. È la Scandinavia in toto quindi, a suggerire alla giovane band del bel paese, come muoversi in un territorio particolarmente minato e già ampiamente esplorato: il black metal canonico norvegese, quello di Mayhem o Ancient, si mischia alla velocità di quello svedese, prima di venire contaminato dall’epicità dei Bathory e dai suoni “grezzi” dei già citati pazzi finlandesi Impaled Nazarene. Qual è il surplus dato dai nostri alla loro proposta? Beh, in primis, il cantato in lingua madre, esperimento vincente già fatto recentemente anche dai Frangar e dai Veratrum (recensiti su queste stesse pagine); segue poi un accenno alle liriche, di stampo fantasy e la capacità di miscelare un malvagio black metal ad un corrosivo death. Per il resto c’è ovviamente ancora molto da lavorare, per poter ricercare una propria definita personalità, magari puntando su un più articolato songwriting e su una più intensa dimensione epico/rituale, che conferirebbe alla musica degli Umbra Noctis, una maggior freschezza ed interesse. Per il momento va bene cosi, ma i margini di miglioramento potrebbero essere ancora assai notevoli!

Recensione a cura di: Francesco Scarci
Voto: 7/10

recensione tratta da metalwave.it

E arrivano al traguardo del primo full length, dopo un demo, un ep e uno split, anche i bresciani Umbra Noctis, una band che seguo sin dal loro demo per via delle qualità mostrate sin da subito, tanto da convincermi, a seguito dell’ascolto della loro musica, a spartire il palco con loro.
Arrivati al primo full length, gli UN si rivelano diversificati dal sound melodico e drammatico del demo, per puntare più verso uno stile di black metal abbastanza monocorde, che usa per quasi tutto il disco dei riffs bicordi senza molte armonizzazioni e uno stile di batteria che non ama molte variazioni di tempo, preferendo tempi medio – lenti e lenti, con qualche tempo veloce. Anche il basso a volte è presente col suo suono distorto, mentre il cantante Filippo si conferma bravo, capace di scrivere buone metriche e di usare una buona intensità vocale, evidente nella conclusione di “Umbra Noctis”. Ma se state pensando che gli UN si siano dati a una specie di depressive, come forse potrete pensare, vi sbagliate: lo stile non è molto diverso da quello che si può sentire nelle canzoni più black dei Frangar del primo album, solo che gli UN lo rallentano, lo fanno anche un po’ statico e ripetitivo, volendo, e però nonostante tutto non annoiano mai. Anzi, a volte, come nella bella “Oltre la steppa”, riescono a dare un deciso pugno in faccia all’ascoltatore tramite un brano black/rock mosso e dirompente, nonostante il mood delle composizioni sia sempre il medesimo o quasi. Un altro brano davvero sugli scudi è la già citata “Umbra Noctis”, una canzone che tra l’altro oltre ad avere un impatto notevole, si differenzia dalle altre per un diverso uso dei riffs, più in palm muting. Ottima la parte finale sempre della stessa canzone.
Il cd è dunque bello, ma va detto: non è del tutto scevro di difetti. Anzitutto, come detto, il disco è molto monodirezionale ed omogeneo, e se queste cose in un album non vi piacciono, vi avverto che quest’album non farà per nulla al caso vostro. Ma non solo: alle volte il cd sa di ben pensato ma poco rifinito, mostra ovvero delle composizioni belle, ma che forse potrebbero essere curate un po’ di più nei dettagli con armonizzazioni, sovraincisioni di chitarra e anche forse con una maggiore fantasia di arrangiamento, che in quest’album non risalta granché, anche se il contributo del bassista Davide è decisamente positivo e giova all’equilibrio generale del cd. Nonostante questi difetti, però il cd non suona stantio o dozzinale, ma riesce a tenere abbastanza alta l’attenzione dell’ascoltatore pur se con pochi mezzi, il che significa che la band ha potenziale, che per ora però va ancora sfruttato del tutto.
Insomma: un disco black metal monotono, ma nondimeno godibile e riuscito. Non bisogna aspettarcisi da questo gruppo la new sensation del black norvegese, ma piuttosto un gruppo che ripercorre i solchi battuti dai Frangar del primo album, con una certa personalità e una scalpitante competenza dei propri mezzi, e che tra l’altro fa meglio di altri gruppi lombardi da me recensiti che si muovono più o meno sugli stessi binari, ma senza risultati altrettanto egregi. Vai così!

Recensione a cura di: Snarl
Voto: 72/100

 

 

Permixtio / Ethere “split” – recensioni

Tuesday, January 3rd, 2012
Genere: Black Metal/Atmospheric Black Metal
1) recensione tratta da metalofdeathzine.blogspot.com

Ed ecco che a confermare quanto di buono sta facendo Novecento Produzioni, arriva nel mio stereo, dopo gli Infamous, recensiti pochi giorni fa, questo split tra Permixtio ed Ethere. Due band ottime del panorama black metal italiano, che riescono a confezionare un cd interessantissimo  per i cultori dell’underground black metal.
 Per quanto riguarda i Permixtio, cominciamo ad andare un po’ a ritroso nella loro storia riportando le note della bio, nelle parole dello stesso Umbra, già chitarrista degli Strix:

L’opera Permixtio nasce nei primi mesi del 2008 come mia ambizione musicale solista a seguito di una forte rivalutazione spirituale volta al raggiungimento di una più elevata e oscura conoscenza del Caos esistenziale. Musiche opprimenti e atmosferiche tesseranno un cammino trascendentale verso l’adorazione del culto dell’Io dai toni esoterici e maligni. Il passaggio oltre il confine umano sarà segnato dal simbolo della serpe che racchiude in sè le chiavi per la consapevolezza massima. Durante il decimo anno del nuovo millennio è iniziato il cammino con la prima Opera al Nero intitolata “Il Canto dei Sepolcri”.Solo il tempo svelerà la strada che discende nell’abisso….. 

Parole che un’altra volta non suonano come semplice propaganda altisonante per mascherare una mancanza di idee nel proprio prodotto, ma solo un veritiero riassunto dell’attitudine sia lirica che musicale a cui andrete incontro nei tre brani dei Permixtio qui proposti. L’inizio di “Epidemia” con le note tristi di un carillon malato che sfociano in riff dissonanti, deviati, con la voce di Umbra che si esprime in scream disperati e urla in un misto di rabbia, dolore e follia. La musica tiene sempre l’ascoltatore in un’atmosfera gelida e rigida, come sull’orlo di un precipizio. Buone le aperture melodiche delle chitarre e buono anche l’utilizzo del basso che si ritaglia un suo spazio ben udibile. Proseguiamo con “Melancolia in Requie”, aperta da rumori di pioggia e arpeggi di chitarra acustica molto tristi, e praticamente la canzone non si discosterà da questi elementi fino alla fine, unendo solo un’altra chitarra elettrica che si lascia andare in un lungo assolo diluito nell’atmosfera decadente del brano. Il brano migliore dei Permixtio è probabilmente l’ultimo qui proposto, ovvero “Innalzamento Divino”, che ha un riff portante semplice quanto toccante. I cori e l’iserimento di alcuni sample di discorsi fanno acquistare alla canzone imprevedibilità e senso di oppressione. Non c’è luce, non c’è speranza. Chi ama Abyssic hate, Burzum e certi Lifelover amerà questo pezzo.Ora passiamo alla seconda parte dello split dedicata agli Ethere, in cui milita sempre un membro degli Strix, il bassista, e per me questo progetto innalza ancora la qualità già alta di questo split. Atmosfere rarefatte, calma apparente, tanta malinconia, monotonia. Questi sono i tratti distintivi del sound degli Ethere, che puntano su una proposta che ricorda Vhernen e roba simile. Le tastiere tessono un tappeto fatto ad hoc per questa proposta e le vocals sembrano arrivare da lontano, anzi, da un’altra dimensione. Difficile spiegare a parole quello che Ethere trasmette: si va un po’ oltre il concetto di musica, si entra nei sentieri dell’inconscio e dello sconosciuto, o anche della meditazione. I brani di Ethere hanno una durata di quasi dieci minuti ciascuno, e onestamente non vedevo altra via per dare un senso compiuto a questa proposta.Non rimane che fare i complimenti ad entrambe le band, sottolineando che un’altra volta Novecento ci ha visto giusto. Assolutamente un lavoro imperdibile per chiunque ricerchi nella musica spazi che difficilmente si esplorano con il normale conscio, ma consiglio l’ascolto a chiunque, soprattutto per quanto proposto da Ethere, che è stato capace di sorpassare ogni confine con una musica a dir poco emozionante e sovrannaturale.

Recensione a cura di: Sergio Vinci “Kosmos Reversum”
Voto: 80/100

2) recensione tratta da metallized.it

l caos. Le sublimi distese invernali. Due mondi, due concezioni vengono a contatto nella terra di nessuno, unite dalla forza di una label, unite dalla stessa provenienza geografica, il Veneto.
Due one man band, dove ogni passaggio creativo è sotto l’egida di un singolo, un anti-eroe, il quale scolpisce nella creta le sue debolezze, le sue credenze, i suoi arcani riti.
Preparatevi a qualche brivido, a qualche momento in cui vi sentirete trascendere, a qualche attimo in cui avvertirete in voi la forza del Superuomo, resa visibile dai penetranti, circolari riff della chitarra, abbandonata al suo vagar a briglia sciolta; preparatevi a perdere la vostra identità assorbita dalla luce perpetua, o unita misticamente ai venti di tramontana.
Benvenuti nell’alcova catacombale del duo Permixtio-Ethere, l’ennesima, probabilmente ignorata dimostrazione di come la buona musica venga ancora ideata, suonata, prodotta, diffusa anche nella nostra oltremodo bistrattata penisola.
Ma cosa offre di così degno di nota questo lavoro?
Bene, venendo immediatamente al sodo, abbiamo dinanzi a noi cinque episodi, tre ad opera di Umbra, padre del progetto Permixtio, di durata circoscritta, e due odi composte dal compagno d’avventura, Ethere, il quale si abbandona a quasi venti minuti di viaggio introspettivo mentre gli iridi focalizzano paesaggi via via più spogli, via via più desolati, salvo essere redenti dalla luce, seppur debole, incostante, del sole.
Fin da subito, ad un ascolto ad ampio spettro, appaiono palesi le buone capacità di articolazione e composizione del duo, che in modalità differenti, maggiormente diretto uno, meno semplice ed immediato l’altro, raggiungono l’obbiettivo di catturare l’attenzione di chi ponga sul lettore il loro lavoro. A ciò va aggiunta la sempre valorosa scelta di Umbra di scrivere nel nostro idioma, permettendo quindi una comprensione dei temi trattati, elemento fondamentale quando si tratta di atti creativi dai risvolti anche filosofici, o poetici.
Scendendo in profondità, oltrepassando i cancelli della strumentale Melancolia in Requie, prova degna dell’ultimo Xasthur (ricordate Walker of Dissonant Worlds?), inserita ottimamente ad inframmezzare la traccia d’apertura, troviamo la penetrante Epidemia – in cui lo scream al mercurio-cromo del nostro incide solchi brucianti sulla fresca pelle (e non manca di ammiccare al depressive, almeno come impostazione), pelle impreparata alla dose di violenza ferale psicologica, in quanto cullata dalle poche note dell’introduzione, un carillon tendente alla dissonanza, ma incapace di celare la sua autentica natura – e la terza venuta, la graffiante Innalzamento Divino, vera e propria summa della proposta intellettuale del bellunese Umbra.

Un essere eccezionale
sopravvive alla sofferenza
sopravvive alla privazione di tutto
lo si carica dei mali della terra
e lo si abbandona.
Trascende, capisci questa parola?
Si trasfigura….

Il recitato inserito a tre quarti del cammino, aiuta alla comprensione del complesso messaggio del master mind. Stiamo parlando di una seconda venuta divina? Di un superuomo, al quale accennavamo, derivato dalla visione di Nietzsche? Oppure ancora, le frasi si riferiscono allo stesso compositore, che da profeta indica la via per la sopravvivenza dell’umanità, possibile solo in virtù di un’alba nuova, ispirata da una figura immensamente superiore, la quale da uomo, si trasfigura in onnipotente divinità? Impossibile legare queste numerose domande, che come le teste di un’Idra non cessano di generarsi spontaneamente, ad un’unica, risolutrice risposta.
A trascinarci a tu per tu con i nostri interrogativi, resi ora impellenti, ci pensa il secondo protagonista del nostro racconto: Ethere. Tramite due brani dallo spiccato sapore ambient ed atmosferico, imprigiona l’anima nel suo solipsismo, grazie ad un eccellente lavoro dietro alle tastiere, posizionate in modo da alleggerire il faticare incessante delle chitarre, accompagnate da una minimale sezione ritmica, che scandisce pedissequa un rigido quattro quarti, che stride con le immagini evocate. Immagini di immensità, solitudine, foreste innevate, viandanti, che persa la strada di casa, preda del demone del gelo, si accorgono dell’ineffabile maestosità dei ghiacci invernali, perfetti, rilucenti. Si specchiano nei prismi dai riflessi arcobaleno, prostrati ma inspiegabilmente sereni, privi di ogni turbamento, rischiarati, forse, dall’effimera e crudele luce dell’equinozio che prima illude, concedendo uno scarno torpore alle sfiancate membra, per poi, -rintoccate le quattro, le cinque del pomeriggio -, strappare quel piacere offerto così gratuitamente, lasciando spaesati, impauriti, inermi, i suoi spasimanti. Il modo maggiore della traccia Lux Eterna sembra suggerire questo passaggio, precedente, successivo, coevo al canto del disperato errante rivolto alla sua nuova divinità, all’altare di cristallo, caduco proprio come il suo adoratore.
Da superuomo all’oblio, alla perdizione in se stessi, schiavi dei meccanismi intricati della psiche. Un burrone, un precipizio che invece di dividere i due aspetti musicali dello split, li avvicina inesorabilmente, poiché l’uomo non è uno, ma molti.
Sul versante tecnico siamo su livelli buoni: preparazione strumentale adeguata, benché Umbra si dimostri leggermente più padrone dei diversi timbri dei suoi ferri del mestiere, ma potrebbe essere un’opinione dettata dal fatto che, nelle due perle proposte da Ethere, sia l’emotività a prendere il sopravvento in vantaggio rispetto alla valutazione prettamente oggettiva. Produzione discreta, dimostrando una cura del particolare di rilievo in quanto le tastiere non suonano plasticose (ed è raro…), le chitarre hanno un volume sufficiente per potersi esprimere al meglio, mentre ad esser pignoli, le linee vocali avrebbero richiesto un’amplificazione superiore, dato che nel complesso dell’opera si fatica a seguire le parole scandite nei versi, essendo queste a tratti sommerse (soprattutto in Ethere).
In conclusione, un’uscita interessante, frutto dello sguardo competente della Novecento Produzioni, che ha saputo unire due realtà in pieno sviluppo, con evidenti e corposi margini di miglioramento. Per Umbra, comunque, si tratta di una piacevolissima conferma, in successione al piccolo diamante di nera luce inciso poco tempo addietro. Per Ethere, invece, un preludio ad un confronto con la lunga distanza che, spero, non tardi a giungere.

recensione a cura di: Jacopo Fanò; Voto 77/100

3) recensione tratta da metalitalia.com

Se la morte è accompagnata da un suono, allora i Permixtio e gli Ethere devono averne carpito in qualche modo l’essenza. Finalmente qualcosa di oscuro e concreto si muove nel nostro underground black metal. Ancora una volta è l’area di Belluno a mettersi in luce e così, oltre ai deathsters Delirium X Tremens, ci sono anche da considerare due ottime realtà black metal locali: Permixtio ed Ethere. Entrambi sono dei progetti solisti portati avanti rispettivamente dai due polistrumentisti Umbra ed Ethere. In questo emozionante split CD (bella l’idea di far sembrare il CD un 7″ in miniatura) troverete una risposta nostrana al black metal ‘true’ e vecchio stile, un po’ alla maniera di Burzum. Il black metal di questi 5 brani è mortifero, le band intessono cupi intrecci di note che esalano morte e sofferenza. I Permixtio danno al proprio black metal un’intensa carica emotiva, mentre gli Ethere si basano maggiormente sull’atmosfera, creata anche grazie all’uso perfetto di gelidi synth. I due gruppi hanno più di un punto in comune, ma ciò che conta è l’ottima qualità che hanno saputo dare entrambi su questa release. Il consiglio è quello di addentrarsi senza indugi nella tetra e gelida foresta sonora di suoni arcani che un po’ alla volta faranno a pezzi i vostri sensi riducendoli a brandelli finché non entrerete anche voi in un’agonia mistica che vi farà comprendere la grandezza del black metal nella sua forma artistica più nobile. Un gioiello di black metal tetro che vi farà venire i brividi. ‘Caldamente’ consigliato agli amanti del verbo nero ammantato d’atmosfere cupe.

recensione a cura di: Paolo “Cernunnos” Vidmar; voto 7,5/10

4) recensione tratta da metalwave.it

La seconda uscita in questione proposta dalla Novecento produzioni riguarda uno split tra due side projects di membri dei nostrani Strix, e per la precisione il chitarrista Umbra come unico componente dei Permixtio, e il bassista che invece si prende cura del progetto Ethere. Il piatto, vista la bravura degli Strix, è abbastanza succulento e sembra promettere bene, e soprattutto sappiamo già di aspettarci da entrambe queste bands un black metal abbastanza minimalista e di stampo norvegese.
Beh, in poche parole, sì senz’altro, ma non aspettatevi scintille dal progetto Permixtio, che occupa i primi tre brani della tracklist. Questo progetto non è da buttare, ma delle tre canzoni qui contenute, che poi sono solo due più intermezzo, soltanto “Innalzamento Divino” riesce a convincerci con un brano forse un po’ cliché e già sentito, ma comunque ben fatto e costruito, che dopo una prima parte lenta e un intermezzo, si sfoga e parte veloce, mentre l’opener “Epidemia” non convince: parte benissimo con un ottimo riff cattivo che ricorda addirittura il nero negativismo del primo disco degli Ondskapt, salvo poi calare di tono con un secondo riff meno convincente e una chiusura sfumata del brano troppo anticipata. Questo lotto di canzoni non è da buttare, ma è chiaro che sia l’esiguità della proposta (11 minuti), l’intermezzo francamente poco rilevante, il feeling di “già sentito” sempre presente su questo cd e alcune ingenuità ci lasciano il bisogno di risentire a nuova fatica discografica i Permixtio per poterli inquadrare meglio.
Ethere è migliore: solo 2 canzoni per quasi 18 minuti di black metal evocativo, lento e spesso tastierizzato, sulla scia dei primissimi Dimmu Borgir e forse anche in parte debitore dei primissimi Negura Bunget, con un mood delle canzoni identico tra loro e tuttavia affascinante, un ottimo uso delle tastiere e delle atmosfere, ed anche dei brani probabilmente molto classici e basilari, ma nondimeno riusciti. Certo, a Ethere manca forse un po’ di rabbia che avrebbe reso questa parte dello split egregia, tipo qualche ripartenza rabbiosa o qualche riffone più tipicamente metal che sia i Dimmu Borgir sia i loro compagni di etichetta, gli Infamous, hanno saputo mettere. Ciò avrebbe reso le canzoni più dinamiche e incisive, ma tant’è, che comunque non è male.
Tirando le somme: sei a Permixtio, sette a Ethere. Uno split carino, probabilmente non imprescindibile, ma che comunque ci permette di tastare il posto dell’underground black nostrano, il che non fa male mai.

recensione a cura di: Snarl; voto 65/100

 

 

 

 

 

 

 

Infamous “of solitude and silence” – recensioni

Friday, December 30th, 2011
Infamous - of solitude and silence
Infamous – of solitude and silence
2011 Novecento Produzioni
Black Metal
1) recensione tratta da metalofdeath.blogspot.com
Novecento Produzioni è una label italiana sempre attenta a selezionare quel black metal a loro pià caro, tendente al depressive e, in genere, alle forme più ruvide e schiette di questo genere. Infamous è un progetto cagliaritano che nasce come one man band nell’agosto 2009 e si manifesta con il primo demo autoprodotto “Torrid Summer Misanthropy” nel 2010, limitato a 50 copie.Gli Infamous in questo “Of solitude and Silence” propongono una sorta di black metal che parte dal raw per abbracciare altre piccole ma importanti sfaccettature, frutto dell’abile uso delle tastiere che non si impongono come predominanti, ma fanno da sfondo a dei brani disperati e alienanti, frutto di odio e misantropia.
Come appunto dicevo, ho trovato molto indovinato l’uso delle tastiere, che riempiono il sound e lo rendono in un certo senso sia cupo che atmosferico. La voce di S.A, tuttofare della band, si esprime in tentazioni prevalentemente “burzumiane”, con i tipici rantoli e urli disperati cari al Conte, aspetto, questo, molto comune ormai soprattutto nella frangia depressiva del black metal. Fortunatamente non siamo al cospetto della solita, trita e ritrita fotocopia sbiadita di Burzum, e nemmeno, per fortuna, le mie orecchie devono sorbirsi qualche inutile e finta lagna depressive, perché Infamous, al di là della voce un po’ standardizzata, propone una musica personale, e questo non è poco. Se uniamo a questo fattore importantissimo, il fatto che i due musicisti qui coinvolti (oltre ad S.A. nel disco le tastiere sono suonate da Alessandro) sanno anche emozionare e trasportare la mente lontano da tutto il rumore e la “freneticità materialistica” tipica della società moderna, è facile intuire che questo lavoro ha ottime potenzialità, molte già espresse tra l’altro. Nella biografia infatti viene esposta, tra l’latro questa frase:
 “Il primo full-lenght propone un viaggio desolante negli abissi della solitudine e glorifica la schiacciante necessità del silenzio”
Per una volta né la band e nemmeno, soprattutto la label, non hanno mentito per alzare di qualche punto la valutazione di chi recensisce. La prima canzone, la title-track, sembra quasi un connubio tra Burzum della fase post “Det som…”, Velvet Cacoon e depressive “generico”. I tempi di batteria sono sostenuti e la voce taglia come una lama, ma le tastiere forniscono corpo e dinamicità al tutto, oltre che un pizzico di originalità che non guasta. Le tracce sono tutte di durata medio-alta, con una media che si aggira attorno ai sei minuti per brano, ma l’iniziale title track è la più lunga, coi suoi nove minuti di musica, tra l’altro scorrevoli grazie a intermezzi rallentati in cui il duo esprime ancora di più riflessione e senso di nostalgia e solitudine.
Poco da dire, altre canzoni sono da brividi, la seguente “Rex Verminorum” ad esempio ha un riff portante semplice ma magnetico e la produzione direi che in genere è azzeccata. La batteria ne esce leggermente penalizzata, con un rullante messo in secondo piano rispetto ai piatti, ma nulla di preoccupante, potrebbero anche essere scelte della band. Inutile menzionare ogni singola canzone, perché gli elementi sono più o meno sempre quelli esposti sinora, ma forse nei brani successivi alla title-track assistiamo ad un utilizzo minore dei synth a favore di una immediatezza più prettamente raw, come in “Human Scum”, dove ci ho sentito qualcosa dei Bilskirnir. Comunque i rallentamenti sono anche in questo caso indovinati ed azzeccati, creando pathos dove serve.
Poco altro da aggiungere. Il disco inizialmente mi aveva lasciato non esattamente soddisfattissimo, ma al di là di quelli che possono essere i miei gusti personali in ambito black, che non combaciano esattamente con la proposta di questi Infamous, non mi resta che constatare la loro bravura. D’altronde, come se non bastasse, in chiusura abbiamo un altro episodio meritevole di essere menzionato per la sua toccante malinconia, “Spiritual Desolation”, che si ciba di una serenità solo apparente, che potrebbe sfociare nella rassegnazione, come il finale elettrico-acustico sottolinea. Chiude il lavoro “Lugore”, track fatta di sola tastiera dalle tinte ambient con note delicate e soffuse.
Lavoro consigliato agli amanti del black metal in genere, ma soprattutto a coloro che si cibano di malinconia e di sogni infranti nel tempo, sommersi da una coltre di immondizia chiamata “società”
Recensione a cura di: Sergio Vinci “Kosmos Reversum”
Voto: 75/100
2) recensione tratta da: metalwave.it
Si può ancora suonare nel 2012 un black metal tipicamente grezzo, niente tecnica, poca produzione, tutto feeling e atmosfera? Ma certo che si può, che domande! E gli Infamous, solo project di S.A., riescono a svolgere un eccellente lavoro in questo full length di 5 tracce più outro condensate in poco meno di 37 minuti di musica.
Appena parte la title track iniziale, infatti, è praticamente impossibile non farsi rapire dalle atmosfere silvane e sognanti dei riffs di chitarra, che sono sempre graziate dall’avere un ottimo gusto melodico agile e ragionato, che chiama in causa nientemeno che i Behemoth del meraviglioso “Sventevith” e dei primi Besatt. Niente di innovativo esiste in queste tracce, ma il pregio degli Infamous sta proprio qui, ovvero nel riproporre una serie di cliché in una maniera adorabile, che ha i suoi punti di forza quando la tastiera e la chitarra solista entrano a fare il loro lavoro in altre tracce come nella non meno bella “rex verminorum”. Altrove, come nelle canzoni centrali, S.A. gioca la carta della rabbia e anche quella dei riffs più old school, che fa avvicinare la proposta del nostro a qualcosa di più paragonabile ai Sargeist, con un bilanciamento tra parti lente e veloci praticamente perfetta. Ne consegue un disco compatto ed omogeneo, e soprattutto perfettamente godibile.
Certo si potrà obiettare, come detto, che in questo disco di originale non c’è nulla, ma se permettete reputo questo non uno svantaggio, quanto al massimo una limitazione dell’audience che apprezzerà quest’album. Anche per essere dei tradizionalisti del black metal (o anche dei cloni) ci vuole classe e gusto musicale e non basta assolutamente ricalcare due stilemi musicali coi cliché e la carta carbone. La verità è che il progetto Infamous qui mostra grinta e classe, buon gusto e dedizione, anche in quanto a qualità sonora. Semmai, potremmo chiedere ad S.A. di arricchire un po’ il proprio songwriting e di variare le composizioni, non rifugiandosi sempre e per forza nel cambio di tempo o nell’introduzione della melodia.
Se v’interessa una buona band black metal che suoni (scusate il termine cliché) tipicamente true e se non vi schifano le bands underground che suonano come descritto sopra, comprate tranquillamente questo bel disco degli Infamous, e vedrete che non ve ne pentirete. Ben fatto.
recensione a cura di: Snarl; Voto:73
3) recensione tratta da hardsounds.it
Vengono dalla Sardegna gli Infamous, e ci propongono un black metal vecchia scuola, di quelli che già Mr Vikernes agli inizi degli anni ’90 proponeva dettando legge. Sul myspace si legge che questo loro debutto è preceduto da una demo intitolata ‘Torrid Summer Misanthropy’, una tape stampata in poche copie e che già definiva in gran parte il loro raw black metal. Alla base di tutto questo c’è una rielaborazione delle ritmiche care a Burzum, impastate con lamenti vocali che per lo standard del genere vanno più che bene, ma che per un disco intero non reggono per niente. L’uso delle tastiere rende il disco un po’ più interessante, ma nulla di miracoloso. Le lezioni prese con dischi come ‘Det Som Engang Var’, o il debut di Mr. Vikernes hanno l’unica peculiarità di esser state miscelate a dovere con maggior velocità d’esecuzione, e inserti che molte volte danno ai brani un tocco malinconico.Solo per pochi.
recensione a cura di: Davide Montoro; Voto: 60

4)recensione tratta da metalitalita.com

Dopo un solo demo del 2010, è già tempo per i sardi Infamous di debuttare con un full length album di tutto rispetto come questo “Of Solitude And Silence”. Difficile, senza leggere la biografia, capire dal sound che il gruppo in questione venga dall’Italia e non (ad esempio) dalla Finlandia. Il sound degli Infamous, infatti, in più di qualche brano ricorda quello dei ‘mostri sacri’ del black metal europeo Horna/Sargeist. Ovviamente delle differenze ci sono, ma in primo luogo sono dovute al fatto che il duo sardo fa uso di tastiere e, di conseguenza, il sound è più atmosferico e meno violento o satanico. Ma lo stile del gruppo italiano non è più ‘morbido’ solo per l’uso dei synth: è lo stesso riffing a essere meno graffiante rispetto ad altre band black metal. Pur non sconfinando mai nel depressive black metal, gli Infamous sono abilissimi nel costruire un album su un mood sognante, reso intrigante da un ottimo riffing e da uno screaming davvero estremo. I ritmi su questo “Of Solitude And Silence” sono vari e spesso diventano tiratissimi, le strutture stesse dei brani sono dinamiche e l’arcana atmosfera che si respira pone questo debutto su lunga distanza ai massimi livelli delle uscite discografiche underground nazionali black metal dell’anno appena trascorso. La Novecento Produzioni in poco tempo mette a segno due grandi colpi, realizzando due ottimi prodotti come questo full length album e lo split tra le due band bellunesi Permixtio ed Ethere. Se vi piace il black metal grezzo, ma delle melodie occulte in stile Horna e Sargeist, allora gli Infamous fanno al caso vostro. Speriamo che il gruppo riesca a confermarsi in futuro su questi, o migliori, livelli.

recensione a cura di: Paolo”Cernunnos”Vidmar; voto 7,5/10